Cosa significa "credere nella resurrezione”? In fondo significa credere nella vittoria della vita sulla morte. Facile a dirsi, soprattutto quando la vita mostra i suoi
lati più solari. Molto più complicato quando si attraversano i suoi tratti in ombra.
Personalmente i giorni appena trascorsi hanno rappresentato un tornante assai difficile. Non sono certo il primo, e non
sarò purtroppo nemmeno l'ultimo, a perdere un amico davvero caro; qualcuno con cui si è letteralmente cresciuti, condividendo pezzi di vita importanti: feste,
passioni, momenti di confronto e di svago. Ma per me è stata una prima volta che mi ha obbligato a fare i conti con la morte in modo diretto e faticoso. Soprattutto, e
torno così alla domanda iniziale, mi ha costretto a pensare a cosa significhi credere nella resurrezione.
Certo, per mestiere me la cavo abbastanza bene con la teoria. Ma incarnarla nella quotidianità e nelle sue giornate più difficili è cosa ben diversa. E allora può
accadere che la lezione te la facciano gli altri. Nel modo più inaspettato e, al tempo stesso, credibile ed efficace.
Credere nella resurrezione, dicevo, è credere che la morte non rappresenta l’ultima parola e che la vita avrà sempre la meglio. Magra consolazione, verrebbe da
pensare. Anche per chi ci crede; soprattutto quando il cuore è spezzato per una perdita che ti appare ingiusta quanto prematura. Poi vai al funerale del tuo amico e ti
devi ricredere.
Chi ti ha lasciato è lì, ben presente e protagonista. Non solo nel ricordo. Prende la parola e ti consola. Perché anziché lasciarsi andare alla disperazione, negli
ultimi tempi della malattia ha pensato bene di continuare a coltivare le relazioni di sempre, preoccupandosi di chi sarebbe restato. E ha spiegato, a parole e
soprattutto con la scelta di intervenire al proprio commiato, l’importanza dei legami, di esserci per gli altri, di lasciare semi buoni nelle vite di chi incontriamo.
Semi capaci di dare frutto.
E poi le figlie, che anziché richiudersi nel dolore o cedere alla rabbia, decidono di condividere parole di gratitudine e di speranza. Senza fare sconti al dolore
della morte, ma abbracciando la vita come un’eredità da custodire e far crescere. Parole che sono state balsamo per il cuore, pur essendo lame nella carne.
E ancora: una moglie e madre che, in un alternarsi di pianti e di sorrisi, è capace di lasciarsi consolare e di consolare; i ricordi riconoscenti degli amici; il
silenzio partecipe e commosso dei tantissimi convenuti. Senza dimenticare chi è stato chiamato a celebrare il funerale di un amico di lunga data, che trova parole non
banali per dar voce a una fede radicata nel tempo e nella storia, capace di annunciare la vittoria della vita sulla morte già in questo nostro tempo e non solo come
promessa di un futuro ultraterreno. Perché credere nella resurrezione significa credere nel valore vivificante dei legami, della cura, della generosa capacità di
donarsi.
E, al termine della celebrazione emotivamente più faticosa cui mi è capitato di assistere, il cuore era stranamente leggero. Perché la vita, l’amore, la speranza
avevano davvero prevalso sulle tenebre della morte.
Ancora una volta, caro Romeo, la lezione più credibile me l’hai regalata tu, dimostrando di saper vivere quello che io provo a raccontare in aula e in cui cerco di
credere. Un gran bel modo per congedarsi dal mondo al termine di una vita quanto mai feconda. Grazie.